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Start and stop

Ho voglia di scrivere, ma non so cosa. Ho voglia di fotografare, ma anche no. Ho voglia di mangiare, ma nulla che mi vada. Ho voglia di viaggiare. Di comprare un biglietto verso Qualche Posto nel Mondo, riempire uno zaino con poca roba ed andare a riempirmi gli occhi.
Ho voglia di progettare cose nuove, di divertirmi. Ho voglia di avere tutta la libertà che dovrebbe appartenermi per la giovinezza che un po’ mi è stata negata, e che un po’ ho ripudiato.
Vorrei saper camminare a velocità costante, lenta ed inesorabile. Invece corro, salto, cado, cammino, mi fermo a prendere fiato, mi distraggo. Resto ferma fino a quando non mi riprendo dal torpore, e ricomincio a camminare per un po’. Accelero.  Rallento.
Mi fermo, mi accampo per un po’.

Fra poco si riparte.

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Necessaria e sufficiente

“Farmi sentire utile.”

No.

Quello che ci riempie l’anima, e forse un po’ l’ego, è sentirci necessari. Sapere che un mondo, sia anche un solo, piccolo, misero ingranaggio, non gira senza noi. Essere l’unica risposta alla domanda di qualcuno.

Quello che ci annichilisce è essere rimpiazzati, sostituiti, accantonati. Restare in un angolo a guardare gli altri andare avanti, senza sapere cosa fare, che posto occupare.

Ci sto provando, sgomitando e scivolando, a conquistare un piccolo spazio.

Se e solo se.

Spaziotempo

“Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia – diceva sempre Rant – è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene.

Con questo Rant voleva dire che nessuno è mai felice da nessuna parte.”

Io, di sicuro, non sono felice su questo treno. Quando, un anno fa, ho iniziato ad accarezzare l’idea di studiare a Roma, l’idea era quella di stringere i denti per due anni, riempire il mio bagaglio di tante competenze, chiuderlo in fretta e tornare a casa di corsa.
È stata l’idea che mi ha accompagnata per molti mesi, incrinata solo dal fatto -affatto trascurabile- che finalmente avevo trovato delle persone che fossero davvero amiche. Un piccolo spazio felice in cui recuperare la vita che avevo messo in standby per quattro anni.
Non so quando sia esplosa la bolla di sapone che imprigionava la mia testa ed i pensieri, le paure. Non so se sia solo per la cecità fisiologica che ogni nuovo amore porta con sé o per l’eccitazione del riconoscere uno spiraglio di opportunità; qualunque sia il motivo, mi rendo conto improvvisamente di come riesca, di nuovo, a pensare che il mio futuro possa esser lontano dalla terra che mi ha visto crescere, cambiare, cadere. E rialzarmi, forse ammaccata, ma ancora in piedi.

Lontana, e forse felice. Almeno soddisfatta. Come minimo, speranzosa di aver di nuovo la possibilità di trovare quello che mi serve. Poter fare nella mia vita quello in cui sono brava. Poter ricoprire un ruolo che mi appaghi nella maniera più elementare: farmi sentire utile.